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  • Valeria Piombino

Uno psicologo in sala operatoria

Sogno o son desto?

Se avete strabuzzato gli occhi davanti a un titolo così improbabile, sarete ancor più meravigliati quando scoprirete che non è uno scherzo. Quello in cui ci immaginiamo lo psicologo è senz’altro un contesto diverso: una stanza accogliente, una comoda chaise longue, una pila di libri e un eccentrico dottore tutto intento ad ascoltare i nostri sogni più strampalati. Ma è davvero così?


Dipende. La psicologia è una materia immensa e, come tale, numerosi sono gli orientamenti che uno psicologo si trova a considerare: psicoanalisi o comportamentismo? Età adulta o evolutiva? Lettino o poltroncina?

Ogni settore specifico ha il suo setting e le sue tecniche, ci si potrebbe davvero stupire di quante strade possa prendere uno psicologo agli esordi della sua carriera. Ma di questo parleremo un'altra volta. Tornando a noi: che ci fa uno psicologo in sala operatoria?


Recentemente, sta prendendo piede – e ne abbiamo esempi anche in Italia – un’interessante metodica chirurgica detta “awake surgery” per il trattamento dei tumori cerebrali. Sappiamo che, spesso, quando si combatte un tumore cerebrale, la prognosi può essere infausta e portare con sé svariate complicazioni funzionali per il paziente. In una situazione come questa, un attimo di vita vale ogni tentativo possibile. Si ricorre così ad un iter terapeutico che prevede il più delle volte la chirurgia per rimuovere il tessuto cerebrale patologico. Il cervello, però, non è un organo qualunque: ad ogni centimetro della sua corteccia corrisponde il funzionamento di una specifica attività. È, quindi, di cruciale importanza evitare che il passaggio del bisturi non si trasformi in un’esecuzione indiscriminata di neuroni. Alcune funzioni cognitive più di altre, come il linguaggio, sono fondamentali per la sopravvivenza dell’individuo ed è interesse di tutti gli operatori sanitari, nonché del paziente, che tali funzioni restino a disposizione dell’assistito senza essere compromesse dall’intervento.


Lo psicologo – specificamente formato in area neuroscientifica – fa il suo ingresso in sala operatoria con lo scopo di aiutare il chirurgo ad individuare le aree cerebrali deputate allo svolgimento delle funzioni essenziali. Queste aree hanno, infatti, perimetri che variano in base alle peculiarità ed alla morfologia cerebrale specifica del paziente in esame.

Per far ciò, è necessario che il paziente, benché adeguatamente sedato, sia sveglio e collaborante, affinché lo psicologo possa somministrare puntualmente test neuropsicologici volti a monitorare in tempo reale le funzioni cognitive relative alle aree stimolate elettricamente dal chirurgo.

La presenza in sala di un team multidisciplinare permetterà al paziente di affrontare la rimozione del tumore senza complicazioni neuropsicologiche post-operatorie. Al termine dell’operazione e nei giorni immediatamente successivi ad essa potrebbero notarsi alcune difficoltà, soprattutto di carattere motorio e linguistico… ma niente panico! Non appena l’edema si sarà ridotto, il ripristino totale (o quasi) della funzionalità del paziente avverrà in modo graduale e spontaneo.


In questo nuovo settore, lo psicologo è chiamato a svolgere un duplice compito: non solo quello di monitorare le funzioni cognitive, ma anche quello di sostenere e regolare l’attività emotiva del paziente durante un momento tanto delicato. È importante, inoltre, che il supporto dello psicologo non sia limitato al momento chirurgico; è, infatti, buona prassi che, nei mesi successivi all’intervento, vengano svolti dei controlli di follow-up con lo scopo di seguire l’andamento delle funzioni cognitive. Qualora dovessero emergere deficit relativi all’intervento, lo psicologo esperto di riabilitazione cognitiva sarà pronto ad agire per il recupero della piena funzionalità del paziente, tenendo ben a mente come i suoi sforzi debbano sempre tendere a garantire l’autonomia e la qualità della vita del paziente.




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